Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare...». «Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare...». «Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende

A una lettura superficiale sembra che il seminatore della parabola sia piuttosto distratto. Non si getta il seme sui sentieri, o tra i sassi, o dove crescono le spine… ma sul terreno buono. Invece ai tempi di Gesù si seminava proprio così: il seminatore gettava il seme dappertutto, e poi arava. L’aratura rovesciava i semi sotto terra perché attecchissero e dessero frutto.

Gesù parla un linguaggio semplice, preso dalla vita quotidiana, comprensibile a tutti. A lui nelle parabole è molto caro il tema del «seme». Poiché il seme è la Parola di Dio, e quindi rappresenta lui stesso. Tutti gli evangelisti riportano le parabole del seme, ma soprattutto Giovanni ne presenta più chiaramente di altri l’interpretazione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Il chicco di grano è il Signore Gesù, la sua passione, morte e risurrezione. La parabola del seme riguarda dunque la vita di Gesù, rappresenta la sua storia, ma insieme anche la nostra vita e il modo in cui rapportarsi a lui. E pone al centro anche uno scandalo che segna la storia degli uomini. Il Signore è venuto a salvarci e noi non lo accogliamo, anzi a volte lo rifiutiamo e perfino ci ribelliamo: come mai alcuni non com-prendono la semplicità e la bellezza del Vangelo, anzi non ne vogliono nemmeno sentir parlare?

Il primo insegnamento della parabola è che il seminatore getta il seme con abbondanza: tutti i terreni lo ricevono, anche quelli che sarebbero meno adatti ad accoglierlo. Il seminatore è il Signore che si dona a noi con generosità, non si risparmia, vuole essere accolto, è suo desiderio salvare tutti, anche quelli che sembrano essere superficiali o completamente sordi alla sua chiamata. Il seme è infatti la Parola di Dio, l’annuncio evangelico, la sua potenza di salvezza. Di qui l’essere disponibili all’ascolto, avere il cuore aperto e accogliente.

Se la prima parte della parabola sottolinea l’abbondanza della semina, la seconda pone l’accento proprio sull’accoglienza della Parola, che si può accettare o rifiutare in vari modi. Il primo è la superficialità: il seme che cade sul sentiero non attecchisce, rimane in superficie ed è facile preda degli uccelli. Il secondo è l’incostanza: il cuore può essere un terreno sassoso (come è spesso il terreno palestinese). La Parola viene accolta, ma non mette radici profonde; appena giunge una tribolazione, una prova, si mette da parte la Parola e, a volte, ci si chiede perfino dove sia Dio, perché non intervenga! Il terzo è quello caduto tra le spine: sono le attrattive del mondo, le distrazioni, i divertimenti vuoti, la seduzione della ricchezza, il voler provare tutto e il non saper rinunciare a nulla. La Parola è allora soffocata, messa a tacere, repressa e non può dare alcun frutto.

Infine c’è la Parola che cade sulla terra buona e dà frutto abbondante. L’agricoltore sa che un sacco di grano può rendere 10/12 sacchi, ma non un frutto così grande quale il 30, il 60 o il 100 per cento. Ora non si tratta più di grano, ma della Parola di vita, della salvezza donataci dal Signore, della sua propria vita che vuole essere vita in noi. Ecco allora una resa sovrabbondante, eccezionale, impensabile.

Perché tante diverse percentuali? Non a tutti è richiesto lo stesso risultato, poiché ognuno ha doni diversi, capacità originali, un vissuto proprio, un modo personale di accogliere il dono del Signore. In ogni caso il frutto è la nostra accoglienza e il nostro impegno.

(Giancarlo Pani S.I., vicedirettore de La Civiltà Cattolica)

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